5 inefficaci abitudini di comunicazione dei leader di successo23 febbraio 2015

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5 inefficaci abitudini di comunicazione dei leader di successo

Abitudine n.1 – Iniziare con “No”, “Ma” o “Comunque”

Quando inizi una frase con “no”, “ma”, “comunque” o varianti simili, non importa quanto amichevole sia il tuo tono o quante parole gentili utilizzi per ammorbidire il tuo interlocutore, in ogni caso, il messaggio che dai è “stai sbagliando”. Non è “Ho un’opinione differente”. Non è “Forse sei malinformato”. Non è “Non sono d’accordo con te”. È, senza mezzi termini, un inequivocabile “Ciò che dici tu è sbagliato, mentre ciò che dico io è giusto”.

Riconosci alcune di queste abitudini nel tuo stile comunicativo?Marshall utilizza questo breve esercizio con i leader di successo delle società di Fortune 500. Stampa questa valutazione per te e per il tuo team, poiché la consapevolezza delle proprie abitudini inefficaci e la conoscenza di quelle altrui è il primo passo per una vera crescita della leadership.

Se è questa la tua sfida interpersonale, puoi risolverla facilmente, proprio come faccio io per i miei clienti. Smettila di difendere sempre la tua posizione e prova a fare attenzione al numero di volte in cui inizi i tuoi commenti con “no”, “ma” o “comunque”.

Presta ancora più attenzione ai momenti in cui utilizzi queste parole nelle frasi il cui scopo apparente è l’accordo con ciò che l’altra parte sta dicendo. Per esempio: “È vero, tuttavia …” (significato: non pensi affatto che sia vero) o la tipica frase d’apertura: “Sì, ma …” (significato: preparati a essere contraddetto). Una volta realizzati i tuoi errori potrai cambiare i tuoi modi “vincenti”.

Abitudine n.2 – Dare giudizi

Persino nei momenti più intimi e delicati, quando qualcuno ci offre la personale opinione che ha di noi, non possiamo far a meno di giudicare. Non c’è nulla di male nell’esprimere la propria opinione all’interno del consueto do ut des delle discussioni d’affari. Desideri che le persone esprimano liberamente il proprio accordo o disaccordo. Se chiedi loro di esprimere l’opinione che hanno di te, non è appropriato giudicare ciò che dicono.

Immagina che, durante un meeting, un amministratore delegato chieda suggerimenti per un problema e ottenga tre risposte. Al primo collaboratore dice: “È un’ottima idea”. Al secondo dice: “È una buona idea”. Alla proposta del terzo collaboratore, invece, non dice niente. Il primo sarà probabilmente contento e incoraggiato dal fatto di avere l’approvazione dell’amministratore delegato. Il secondo sarà leggermente meno contento. Il terzo, invece, non sarà né contento né, tantomeno, incoraggiato.

Non importa ciò che personalmente pensi della proposta; prova ad ascoltare l’altra persona senza interromperla e senza esprimere un giudizio, poi dille semplicemente “grazie”.
Ti garantisco che, dopo una settimana, avrai notevolmente ridotto il numero delle discussioni inutili. La risposta diventerà automatica, avrai sensibilmente ridotto il numero delle ore che solitamente dedicavi alle polemiche e, gradualmente, le persone inizieranno a considerarti più disponibile, anche quando non sei d’accordo con loro.

Abitudine n.3 –Ostentare la propria intelligenza

“Molti lo fanno inconsapevolmente e involontariamente per tutto il giorno”.

In che modo reprimi il bisogno di dire al mondo quanto sei intelligente?Ecco un semplice esercizio, diviso in tre fasi, che può esserti utile:a) prima di aprire la bocca, fai una pausa e domandati: “È proprio necessario dire questa cosa?”
b) concluda che non lo sia
c) di soltanto “Grazie”.

Ecco un’altra variante del nostro bisogno di vincere. Abbiamo bisogno di guadagnarci la stima degli altri. Abbiamo bisogno di fargli sapere che, sul piano intellettuale, siamo pari o addirittura superiori a loro. Abbiamo bisogno di sentirci la persona più intelligente nella stanza. Tuttavia, spesso otteniamo l’effetto contrario.

Lo facciamo ogni volta che ci mostriamo d’accordo con qualcuno che ci offre consigli pratici, ogni volta che annuiamo in modo impaziente mentre le persone stanno parlando, ogni volta che il linguaggio del nostro corpo lascia trasparire disattenzione mentre ascoltiamo qualcosa che non abbiamo mai sentito prima. Lo facciamo apertamente quando diciamo a qualcuno “Lo sapevo già”. In realtà, ciò che stiamo dicendo è “Non c’era bisogno che mi facessi perdere tempo con quell’informazione” e chi ci ascolta lo capisce. Sarebbe sicuramente meglio ascoltare senza interrompere e non dire niente. Il paradosso è che il bisogno di dimostrare la nostra intelligenza raramente raggiunge lo scopo desiderato. Dimostrare di essere persone intelligenti accende l’interesse delle persone che ci circondano. Al contrario, ostentare la propria intelligenza spegne quell’interesse e le fa allontanare.

Abitudine n. 4 – Parlare da arrabbiati

Come puoi smettere di arrabbiarti?Purtroppo non ho la soluzione definitiva, ma posso farti capire che: a) probabilmente non sei arrabbiato verso il cosiddetto “altro tipo”;
b) c’è un modo molto semplice per perdere la reputazione di persona irascibile: se sopprimi la tua naturale inclinazione e ti mordi la lingua, nessuno potrà mai sapere come ti senti realmente.

L’instabilità emotiva non è lo strumento più efficace ai fini della leadership. Quando ti arrabbi sei solitamente fuori controllo, ed è difficile guidare altre persone se tu per primo non hai il pieno controllo di te stesso. Probabilmente credi di poter gestire il tuo stato d’animo e di poter incanalare la tua rabbia per manipolare e motivare le persone. In realtà, è molto difficile prevedere il modo in cui le persone reagiscono alla rabbia. Alcuni si chiudono in se stessi mentre altri si sfogano con chi li circonda. Tuttavia, l’aspetto sicuramente peggiore della rabbia è il modo in cui soffoca le nostre capacità di cambiamento. Una volta ottenuta la reputazione di persona emotivamente instabile, sarà difficile modificarla.

Abitudine n. 5 – Fare commenti distruttivi

I commenti distruttivi sono quelle sarcastiche e taglienti osservazioni che facciamo quotidianamente, con o senza intenzione, e che servono soltanto ad abbattere le persone, a ferirle o a farle sentire inferiori a noi. Sono diversi dai commenti che aggiungono troppo valore, poiché questi non aggiungono altro che dolore.

Spesso facciamo commenti distruttivi con troppa leggerezza, quindi senza accorgerci o ricordarlo. Ma i destinatari del nostro disprezzo non dimenticano. Il feedback che ho raccolto dimostra che “evita commenti distruttivi” è una delle due voci con la minor correlazione tra il modo in cui vediamo noi stessi e quello in cui ci vedono gli altri. In altre parole, noi non pensiamo di fare commenti distruttivi, ma le persone che ci conoscono non sono d’accordo.

È facile cadere nell’abitudine di fare commenti distruttivi, specialmente tra coloro che considerano la schiettezza un vero e proprio strumento di gestione. Il problema è che la schiettezza può facilmente diventare un’arma. Le persone si danno il permesso di fare commenti distruttivi con la scusa che sono veri, ma il fatto che un commento distruttivo sia vero è irrilevante. La domanda non dev’essere “È vero?”, ma piuttosto “Ne vale la pena?”.

Prima di parlare, domandati:
  • Questo commento aiuterà i nostri clienti?
  • Questo commento aiuterà la nostra azienda?
  • Questo commento aiuterà la persona con cui sto parlando?
  • Questo commento aiuterà la persona di cui sto parlando?

Quest’articolo si basa su precedenti pubblicazioni di Marshall Goldsmith, Will Linssen, Frank Wagner e Chris Coffey ed è stato tradotto da StrateA in italiano.

About the Author

"Generare un cambiamento positivo e visibile" ... E' il principio sul quale Christine offre un coaching potente alla base di soluzioni pratiche e d'impatto e fonte di risultati tangibili. Fondatrice di StrateA ed Associate Coach presso Stakeholder Coaching Centered di Marshall Goldsmith, Christine proviene da un’esperienza solida nel campo del business e marketing a livello europeo in contesto multinazionale. In qualità di Executive Coach, Christine lavora con dei team dirigenziali per incrementare l’efficacia della loro leadership comportamentale”.

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